Evento Zero Blind Spot: non puoi proteggere ciò che non vedi
Evento Zero Blind Spot: non puoi proteggere ciò che non vedi

Evento Zero Blind Spot: non puoi proteggere ciò che non vedi

Autore: Impresoft 4ward

C'è una domanda apparentemente banale che mette in difficoltà la maggior parte delle organizzazioni: conosciamo davvero tutti i nostri asset critici? La risposta, quasi sempre, è no. E non per negligenza, ma per complessità.

Negli ultimi anni il perimetro IT si è dissolto. Cloud, SaaS, identità digitali, dispositivi connessi, terze parti e supply chain hanno trasformato un confine chiaro da difendere in una superficie dinamica da governare, che cambia ogni giorno. In questo scenario, il primo punto cieco non è ciò che ignoriamo: è ciò che pensiamo di conoscere.

Un problema più diffuso di quanto si creda

Per decenni la sicurezza si è basata su un presupposto rassicurante: esiste un inventario degli asset, più o meno aggiornato, e da quello si parte. Il problema è che l'inventario classico fatica a tenere il passo con un ambiente che si trasforma in continuazione.

I dati raccontano una realtà scomoda. Secondo analisi di settore basate sulla ricerca Gartner, solo il 17% delle organizzazioni è in grado di identificare e inventariare in modo chiaro la maggioranza (95% o più) dei propri asset. Diverse stime indicano che, con gli approcci tradizionali, molte aziende riescano a vedere appena il 60-70% del proprio patrimonio IT. Tutto il resto vive in una zona d'ombra: dispositivi mai censiti, servizi pubblicati e dimenticati, applicazioni adottate dai singoli team senza passare dai processi formali.

Questa distanza tra ciò che si crede di avere e ciò che esiste davvero ha un effetto preciso: è esattamente lo spazio in cui si annida il rischio. Un asset che non è censito non viene monitorato, non riceve aggiornamenti, non ha un responsabile e non compare in nessuna valutazione del rischio. Semplicemente, per l'organizzazione, non esiste, fino al momento in cui diventa un problema.

Quando un dettaglio tecnico diventa un rischio di business

È qui che la questione smette di essere un tema da addetti ai lavori. Perdere visibilità su un asset non significa perdere un oggetto tecnico: significa mettere a rischio un servizio essenziale. La domanda che conta non è solo cosa esiste, ma quale processo, quale funzione, quale servizio dipende da quell'asset.

Le conseguenze sono concrete e misurabili. Secondo l'IBM Cost of a Data Breach Report, nel 2024 il settore industriale ha registrato l'aumento più alto in assoluto del costo medio di una violazione, circa 830.000 dollari in più per incidente. Nel mondo OT e manifatturiero, gli attacchi ransomware sono cresciuti in modo marcato e il comparto resta da anni tra i bersagli preferiti, proprio perché un fermo di produzione ha un costo immediato che pochi altri settori conoscono. Quando un incidente raggiunge i sistemi che governano la continuità operativa, smette di essere un problema dell'IT e diventa una conversazione urgente con il vertice aziendale: fermi impianto, esposizione di dati, impatti reputazionali, implicazioni legali e di conformità.

La compliance indica la strada, ma non basta percorrerla a metà

Non è un caso che tutti i principali framework di sicurezza partano dallo stesso punto. Il primo controllo del CIS riguarda l'inventario degli asset. Il NIST Cybersecurity Framework colloca l'asset management tra i primi blocchi della funzione Identify. La direttiva NIS2, all'articolo 21, richiede misure di gestione del rischio fondate su una conoscenza accurata di sistemi e dipendenze.

La teoria, insomma, è chiara e condivisa: si parte da ciò che esiste. Il problema, come quasi sempre, è l'esecuzione. C'è una differenza sostanziale tra dichiarare la conformità e dimostrare di averla davvero: la prima si appoggia a policy e documenti, la seconda richiede di sapere, in qualunque momento, cosa si ha in rete, perché conta e chi ne risponde. È la differenza tra una fotografia scattata una volta l'anno e una visione che si aggiorna di continuo.

Vedere per poter decidere

Il filo che lega tutti questi temi è uno solo: la proattività nasce dalla visibilità. Senza visibilità esiste soltanto la reazione - e reagire, in sicurezza, significa quasi sempre arrivare quando il danno è già fatto.

Non si tratta di sapere tutto, un obiettivo irrealistico in ambienti così complessi, ma di sapere cosa conta davvero, chi lo governa e cosa fare prima che un punto cieco si trasformi in un impatto. È un cambio di prospettiva più che di tecnologia: spostare l'attenzione da ciò che già presidiamo a ciò che non stiamo ancora guardando. Ed è proprio in quella zona, quella che resta fuori dal radar, che oggi si gioca buona parte della partita.

Approfondisci il tema il 2 luglio a Bologna

Come si passa, concretamente, dalla consapevolezza del problema a una governance che funziona davvero? È la domanda al centro di Zero Blind Spot, l'evento organizzato da Impresoft 4ward dedicato alla governance e alla sicurezza dei servizi critici, dal cloud al reparto fino alla fabbrica.

Una giornata di confronto tra pari, in un contesto riservato: un keynote video in esclusiva per l'Italia di H.D. Moore, fondatore di runZero e del Metasploit Project, uno scenario di attacco ricostruito dal vivo, un panel executive tra aziende a diversi livelli di maturità e le prospettive di Microsoft, Fortinet, Cloudflare e dell'Arma dei Carabinieri.

Zero Blind Spot — 2 luglio 2026, EVO Plant Bonfiglioli, Calderara di Reno (BO).

I posti sono limitati: scopri l'agenda e iscriviti.👇

Impresoft 4ward